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Le sementi autoctone

La coltivazione in purezza di specie spontanee per la produzione di semente autoctona nasce dall’esigenza di proporre un’alternativa all’impiego di sementi commerciali per interventi di rinaturazione in ambienti naturali disturbati dalle attività umane.

Le sementi autoctone possono essere utilizzate per la preparazione di miscugli di semi o per l’arricchimento di miscele di semi già esistenti (es. fiorume), ottenendo miscele complesse che garantiscono la rappresentatività di tutte le specie tipiche di un prato naturale della zona di intervento.

Oltre ad assicurare l’insediamento di un popolamento vegetale coerente con quello presente nell’area di impiego e nel rispetto della biodiversità, queste miscele sono utili anche per contrastare la diffusione di specie esotiche, spesso aggressive, che si sostituiscono a quelle autoctone, naturalmente presenti in natura.

Le sementi commerciali hanno il vantaggio di costare meno, perché più facili da produrre. Tuttavia, sebbene siano tendenzialmente più rapide a coprire il terreno (garanzia del “pronto-effetto”), con il tempo possono comportare seri problemi per l’ambiente: in alcuni casi, senza l’intervento dell’uomo le specie esotiche tendono a scomparire, poiché non sono in grado di propagarsi efficacemente; in altri casi, tendono a permanere indefinitamente, impedendo l’ingresso delle specie tipiche dell’ambiente circostante e riducendo drasticamente la biodiversità naturale del sito.

Al contrario le specie autoctone, pur richiedendo particolari accorgimenti di coltivazione che talora comportano maggiori costi, fruttificano, producono semi e germinano scalarmente, e possono quindi affrontare condizioni climatiche avverse, fenomeni di disturbo più o meno marcato, predazione etc.. Le specie autoctone sono infatti geneticamente più complesse e meglio adattate all’ambiente naturale, e possono garantire sul lungo termine una copertura persistente e in armonia con il paesaggio circostante.

 

 

 

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